I PREMI NOBEL DI BRUNETTA
Su Italia Oggi di Martedì 16 dicembre compare un articolo
con
una tesi interessante riguardante il ministro Brunetta. Coi suoi
provvedimenti avrebbe sconfitto gravi epidemie di statali.
Brunetta, a
un passo dalla candidatura per il Nobel per l'economia (per sua
stessa
ammissione), secondo l'articolo avrebbe meriti per guadagnarsi
il
Nobel, sì, ma per la medicina. Certo, se gli argomenti
per
concorrere al Nobel per l'economia avevano a che fare con
l'economia
quanto gli attuali argomenti hanno a che fare con la medicina,
forse la
Commissione di Stoccolma aveva le sue ragioni per avere seri
subbi su
tale candidatura.
Ma Brunetta non è un medico, è il ministro della
funzione
pubblica; il massimo responsabile della Pubblica
Amministrazione. E i
dipendenti della pubblica amministrazione, occorre ricordarlo,
non sono
solo gli impiegati; c'è una serie di scatole cinesi che
vanno
dall'impiegato al ministro in cui si annida una categoria di cui
Brunetta non parla mai: i dirigenti. Quei dirigenti, spesso
superpagati, che non timbrano il cartellino, che non passano dai
tornelli (né sotto i tornelli), che avrebbero dovuto, per
contratto, e sotto il vincolo della valutazione della
responsabilità dirigenziale, vigilare attentamente,
affinché i dipendenti ad essi gerarchicamente subordinati
non
commettessero abusi, in particolare abusi in fatto di malattia.
Avrebbero dovuto individuare gli impiegati assenteisti (certo,
occorre
essere presenti sul posto di lavoro per fare questo; questo
impegno
improvviso ed imprevisto avrebbe potuto creare ad alcuni -
molti? - di
loro qualche scompenso), e ottimizzare le risorse per inviare
visite
fiscali mirate. Secondo il Brunetta pensiero, invece, le
visite
fiscali occorrevano per tutti, senza neanche valutare l'enorme
spreco
di denaro pubblico che sarebbe consguito dall'applicazione della
norma
(ma come uno spreco, e per di più non valutato... non era
a un
passo dalla candidatura al Nobel per l'economia?).
Il diktat sulla visita fiscale erga omnes ha avuto due effetti
sui
dirigenti: mortificare quelli onesti, che si sono visti azzerare
i
criteri di efficienza ed efficacia fin qui seguiti, e stendere
un velo
di omertà su quelli disonesti, i quali sono stati
esautorati da
un compito che competeva loro, e sono diventati degli impiegati
esecutivi (pagati però come dirigenti); così
questi
ultimi possono dire a coloro che fino ad oggi hanno 'coperto':
"Mi
dispiace, io non c'entro, è Brunetta che mi obbliga a
mandarti
la visita"; alla faccia della valorizzazione della
responsabilità.
Se il messaggio dell'operazione era: "Cari italiani, come voi
ormai
già sapete, in Italia ci sono due categorie: i furbi e i
fessi;
gli impiegati statali si erano permessi di voler far parte della
categoria dei furbi, che è invece riservata a livelli
più
alti, e gliela abbiamo fatta pagare", allora l'operazione
è
riuscita; se invece voleva essere un discorso di moralizzazione
generalizzato a tutte le categorie della pubblica
amministrazione, il
passo successivo, ora, dovrebbe essere quello del controllo
degli
uffici nei quali il 'miracolo' salutista ha avuto gli effetti
più dirompenti, e chiederne spiegazione ai dirigenti
preposti;
possibilmente dando ai risultati la stessa pubblicità che
si
è data per gli impiegati (i dati forniti, anche se
aggregati, si
presume che siano riferiti per lo più agli impiegati, a
meno che
in alcuni degli uffici citati non ci siano più dirigenti
che
impiegati).
C'è da fare un'ultima considerazione: così come
non era
scontato che chi stava a casa fosse malato, perché
bisogna dare
per scontato che chi va al lavoro sia sano? Forse è qui
che
potrebbe crollare la tesi del Nobel per la medicina. E se ci
fosse
qualcuno che, non arrivando alla fine del mese, non può
permettersi nemmeno di subire la decurtazione sullo stipendio
prevista
dalla legge? quindi va al lavoro malato? In questo caso
non di
'guarigione' si potrebbe parlare, ma semplicemente di negazione
di un
diritto costituzionale: quello di curarsi. Un bel grattacapo per
la
commissione di Stoccolma.